Il crollo del ponte Morandi dovrebbe rappresentare un monito per tutte le istituzioni preposte alla messa a norma di tutte le strutture pubbliche, a partire dai 42 mila plessi scolastici dove da settembre torneranno quasi otto milioni di alunni, oltre 850 mila insegnanti, 250 mila Ata e 6 mila dirigenti scolastici. Ancora di più perché nella giornata odierna è stata pubblicata, dal Sole 24 Ore, una notizia che lascia sconcertati: dei 6,2 miliardi di euro di fondi già stanziati e destinati all’edilizia scolastica, dal 2015 al 2018, sono stati utilizzati appena 604 milioni, quindi meno di un decimo. Le risorse, facenti capo alle Grandi Opere e alle relative spese messe in Bilancio, erano finalizzate alle migliorie delle strutture che fanno capo allo Stato, a partire quindi proprio dagli istituti scolastici, ma il 90 per cento ora si scopre che non sono stati utilizzati. Anzi, le spese risultano addirittura in calo per via delle lentezze burocratiche legate spesso alla compilazione di banche dati: il monitoraggio sulle opere pubbliche (Mop) è stato avviato solo nel 2016 e l’efficacia di questa banca dati dipenderà anche dalla rapidità nella risposta da parte delle amministrazioni nell’inserire tutte le informazioni.

Gli ultimi dati ci dicono anche che un plesso scolastico su cinque è chiuso per sempre o in attesa di essere messo a norma. Ci sono delle Regioni dove il numero di edifici scolastici non attivi, per vari motivi, supera abbondantemente quello delle strutture dove si fa didattica. Poi c’è il capitolo degli interventi necessari da attuare sulle scuole attive: i dati ufficiali ci dicono che il piano di emergenza e il documento di valutazione del rischio sono stati riscontrati con certezza da meno di tre scuole su quattro (rispettivamente 73% e 72%); il certificato di collaudo statico da una su due (49%); quello di agibilità–abitabilità e di omologazione alla centrale termica da una su tre (39%); la certificazione della prevenzione incendi in corsi di validità è presente appena in un’istituzione scolastica su cinque (21%); il nulla osta provvisorio, sempre di prevenzioni incendi, in una scuola su sei (16%). Del certificato di collaudo dell’impianto di spegnimento sono fornite appena il 9% delle scuole. Il problema, tuttavia, non è solo relativo ai finanziamenti, benché fondamentali.

Marcello Pacifico (Anief-Udir):Le procedure devono essere certamente accelerate, perché la metà dei nostri edifici scolastici ha quasi 50 anni, essendo stata realizzata prima del 1971, l’anno in cui entrò in vigore la normativa sul collaudo statico degli edifici. Duranti gli ultimi anni, la “stretta” sulle misure preventive e il logoramento delle strutture hanno prodotto la chiusura o la necessità di ristrutturare sempre più scuole: lo dimostra il fatto che ad oggi, rispetto a 42.292 edifici scolastici ve ne sono ben 8.450 dove non si svolgono le lezioni, poiché risultano in ristrutturazione, dismessi oppure in fase di ricostruzione. Ma anche le norme sulla responsabilità della manutenzione degli edifici scolastici devono essere cambiate rivendendo il Testo unico sulla sicurezza: Anief e Udir hanno chiesto in più sedi, modalità ed occasioni di fare ciò, anche esonerando le responsabilità della dirigenza scolastica, ma pure dei lavoratori, docenti e Ata responsabili della sicurezza (gli Rls e Rsp d'istituto), a seguito della loro denuncia agli organi competenti sul rischio e sugli interventi necessari. Ad oggi, in caso di crolli di scuole, a pagare per l'inerzia dell'amministrazione proprietaria, Comuni e Province, sono in primis loro: un atto di ingiustizia che per troppi si è tradotto in anni di carcere.

 

 

La tragedia che ha colpito Genova, con l’inaspettato crollo del ponte Morandi, deve essere anche un monito per tutte le istituzioni preposte alla messa a norma di tutte le strutture pubbliche, a partire dai 42 mila plessi scolastici dove da settembre torneranno quasi otto milioni di alunni, oltre 850 mila insegnanti, 250 mila Ata e 6 mila dirigenti scolastici. Ancora di più perché nella giornata odierna è stata pubblicata, dal Sole 24 Ore, una notizia che lascia sconcertati: dei 6,2 miliardi di euro di fondi già stanziati e destinati all’edilizia scolastica, dal 2015 al 2018, sono stati utilizzati appena 604 milioni, quindi meno di un decimo.

I fondi, facenti capo alle Grandi Opere e alle relative spese messe in Bilancio, erano finalizzati alle migliorie delle strutture che fanno capo allo Stato, a partire quindi proprio dagli istituti scolastici, ma il 90 per cento ora si scopre che non sono stati utilizzati. Anzi, le spese risultano addirittura in calo per colpa della burocrazia, mancanza di progetti e contenziosi. I dati sono più che reali, perché pubblicati dal centro studi Ance (Associazione nazionale costruttori edili), secondo cui “tra il 2015 e il 2018 lo Stato ha aumentato le risorse annuali per infrastrutture da 12,4 a 21,5 miliardi di euro, con un aumento in valori reali del 72%. E per i prossimi 15 anni sono già in bilancio 140 miliardi di euro. Eppure gli investimenti fissi lordi pubblici sono in costante calo negli ultimi dieci anni, -36% dal 2007, passando dal 2,9% del Pii al 2,0%”.

L’Ance ha sottolineato come le mancate spese dei fondi finalizzati abbiano in realtà risentito delle lentezze burocratiche legate spesso alla compilazione di banche dati: il monitoraggio sulle opere pubbliche (Mop) per esempio è stato avviato solo nel 2016 e l’efficacia di questa banca dati dipenderà anche dalla rapidità nella risposta da parte delle amministrazioni locali nell’inserire tutte le informazioni indispensabili per far partire l’avvio dei lavori.

Secondo Marcello Pacifico, segretario organizzativo della Confedir, cui aderisce Udir, “tali procedure devono essere certamente accelerate, perché la metà dei nostri edifici scolastici ha quasi 50 anni, essendo stata realizzata prima del 1971, l’anno in cui entrò in vigore la normativa sul collaudo statico degli edifici. Duranti gli ultimi anni, la “stretta” sulle misure preventive e il logoramento delle strutture hanno prodotto la chiusura o la necessità di ristrutturare sempre più scuole: lo dimostra il fatto che ad oggi, rispetto a 42.292 edifici scolastici ve ne sono ben 8.450 dove non si svolgono le lezioni, poiché risultano in ristrutturazione, dismessi oppure in fase di ricostruzione.

Gli ultimi dati ci dicono anche che un plesso scolastico su cinque è chiuso per sempre o in attesa di essere messo a norma. Ci sono delle Regioni dove il numero di edifici scolastici non attivi, per vari motivi, supera abbondantemente quello delle strutture dove si fa didattica: in Sardegna, ad esempio, sono 1.615 gli edifici dove le lezioni non si possono fare ed appena 326 quelli dove si svolgono. Non va molto meglio in Sicilia dove, a fronte di 1.680 plessi scolastici in cui si fa didattica, ve ne sono ben 2.580 bloccati. Poi ci sono le regioni virtuose, come il Piemonte, dove su 3.115 scuole solo 3 risultano inagibili. In Lombardia, dove si concentra il maggior numero di scuole: su 5.532 ne risultano chiuse per motivi di edilizia 432. In Friuli Venezia Giulia, invece, tutti i 1.012 edifici scolastici esistenti sono aperti.

Poi c’è il capitolo degli interventi necessari da attuare sulle scuole attive: i dati ufficiali ci dicono che il piano di emergenza e il documento di valutazione del rischio sono stati riscontrati con certezza da meno di tre scuole su quattro (rispettivamente 73% e 72%); il certificato di collaudo statico da una su due (49%); quello di agibilità–abitabilità e di omologazione alla centrale termica da una su tre (39%); la certificazione della prevenzione incendi in corsi di validità è presente appena in un’istituzione scolastica su cinque (21%); il nulla osta provvisorio, sempre di prevenzioni incendi, in una scuola su sei (16%). Del certificato di collaudo dell’impianto di spegnimento sono fornite appena il 9% delle scuole.

Il problema, tuttavia, non è solo relativo ai finanziamenti, benché fondamentali: “anche le norme sulla responsabilità della manutenzione degli edifici scolastici devono essere cambiate – ricorda Pacifico – rivendendo il Testo unico sulla sicurezza: Anief e Udir hanno chiesto in più sedi, modalità ed occasioni di fare ciò, anche esonerando le responsabilità della dirigenza scolastica, ma pure dei lavoratori, docenti e Ata responsabili della sicurezza (gli Rls e Rsp d'istituto), a seguito della loro denuncia agli organi competenti – gli enti locali - sul rischio e sugli interventi necessari. Ad oggi, invece, in caso di crolli di scuole, a pagare per l'inerzia dell'amministrazione proprietaria, Comuni e Province, sono in primis loro. E ciò rappresenta un atto di ingiustizia che per troppi si è tradotto in anni di carcere”.

 

 

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